ORPHEUS BLADE - Wolf's Cry: recensione

Artista: Orpheus Blade
Titolo: Wolf’s Cry
Genere: Progressive Metal
Anno di uscita: 2015
Provenienza: IL
Etichetta: Pitch Black Records
Voto: 74/100

Primo album in studio per gli Orpheus Blade, band israeliana che ruota attorno alla figura della cantante Adi Bitran. È proprio lei, infatti, che nel 2012 fonda il gruppo, del quale è senza dubbio la vera propria master mind, autrice sia della musica che dei testi.

Con Wolf’s Cry la cantante si è gettata fin da subito in un progetto piuttosto impegnativo che, essendo il primo lavoro, rappresenta anche una sorta di sfida a se stessa: si tratta di un concept album, apparentemente una storia d’amore ambientata in un mondo fantasy dalle tinte molto scure ma, come afferma la cantante, l’azione è ridotta all’essenziale per lavorare sulle emozioni dei personaggi, cercando di accendere qualcosa anche nell’ascoltatore. I testi hanno quindi un ruolo fondamentale, ed è chiaro che hanno richiesto una buona dose di impegno, tuttavia un’ambientazione diversa sarebbe stata apprezzata di più: questo immaginario gotico, nel quale abbondano foreste e lupi mannari, ha sempre un suo fascino, ma risulta anche un po’ troppo inflazionato.
Altra sfida, forse più importante, è la musica, dato che gli Orpheus Blade propongono un progressive metal fatto di repentini cambi di umore e intrecci di generi, che si sforza di cercare strutture articolate e anticonvenzionali. Seppur l’atmosfera generale sia per lo più cupa, in un attimo si può passare da una frenetica ritmica metal a un intermezzo acustico dalle sonorità nordiche, per poi essere catapultati in musical teatrale, e quindi ascoltare la colonna sonora di un ipotetico film horror; se volessimo accostare questa band ad altri artisti si potrebbero citare i Pain of Salvation per il loro eclettismo e le melodie drammatiche o i Symphony X per alcune influenze power. Cimentarsi in una musica del genere è tutt’altro che semplice, bisogna saperla gestire, deve reggersi su un particolare equilibrio, perché in ogni momento corre il rischio da un lato di diventare raffazzonata, e dall’altro di adagiarsi di nuovo sugli standard della forma canzone. Per questo motivo (a prescindere dal giudizio finale, su cui si può essere d’accordo o meno) Wolf’s Cry richiede al pubblico una certa concentrazione, e soprattutto ripetuti ascolti, in quanto al primo impatto può sembrare dispersivo.

Date le continue e immediate trasformazioni dei brani e le strutture mai lineari, un preciso track-by-track diventerebbe prolisso e noioso, ma si possono nominare le tracce migliori. “The Becoming” è tra le prime a farsi notare, partendo con un ottimo riff e restando carica fino a metà, quando arriva una sezione strumentale in bilico tra il folclore nordico e quello balcanico, per poi tornare al metal e interrompersi bruscamente; “In Sickness and in Hell” è indicativa di quell’atmosfera mista di musical e horror cui si accennava, mentre “In Terms of Twilight” ha una delle intro più suggestive di tutto l’album, si mantiene molto cupa ma esplode comunque in un paio di momenti. Anche “Shapeshifter”, l’ultimo brano, inizia sottovoce, ma si sviluppa in un crescendo che porta a un epico finale con un intreccio di cori e voce solista.

Forse il problema principale dell’album è che, pur presentando molti buoni spunti, l’insistenza nel ricercare strutture impreviste porta a non ripetere quasi mai un’idea, che quindi difficilmente rimane impressa nella memoria. Mettere un po’ meno carne al fuoco (che non significa rinunciare ai brani complessi tipici del prog) di sicuro aiuterebbe a rendere il lavoro più fruibile. In ogni caso ci sono tanti momenti che funzionano bene e di sicuro avranno anche un notevole impatto live, inoltre i musicisti danno un’ottima prova e il disco gode di una buona produzione. Vedremo se Adi Bitran e soci riusciranno a fare un passo avanti con il prossimo album, sviluppando le numerose intuizioni che sembrano avere.

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