ROBERTO TIRANTI - Intervista

Gli ultimi diciotto mesi sono stati frenetici e portatori di grandi novità nella vita artistica di Roberto Tiranti; il cantante ligure ci ha dedicato un po' del suo tempo per raccontarci i nuovi progetti che lo hanno tenuto impegnato negli ultimi tempi e quelli che, per un motivo o per l'altro, ha dovuto abbandonare.


Benritrovato, Roberto! E’ un onore averti nuovamente ospite di Rock Metal Essence!

Grazie a voi! Il piacere è tutto mio!

E’ passato poco più di un anno dall’ultima intervista che ci hai concesso, eppure la tua carriera musicale ha subito profonde trasformazioni. Puoi descriverci i cambiamenti avvenuti nell’ultimo periodo?

La ruota gira, contrariamente a quanto pensino in molti, io credo che la spinta la diamo noi! Si è concluso il capitolo Labyrnith anche se il prossimo 22 Agosto siamo stati invitati a Città del Messico poiché vogliono farci eseguire dal vivo tutto “Return to heaven denied” ed ovviamente vogliono una formazione il più vicino possibile all’originale… potevo rifiutarmi? Amo quel disco, devo molto alla band e sarà un piacere suonare ancora una volta quel meraviglioso album.

"Sapere Aspettare" ha preso vita, ne vado molto fiero; la mia vita privata ha subito uno scossone ma credo sia abbastanza “naturale” che accadano certe cose, pazienza, ho più “materiale” e stati d’animo da riversare nel secondo album solista che sto piano piano scrivendo.

L’ultimo anno conferma la tua capacità di metterti sempre in gioco e di cercare nuove strade per esprimere il tuo talento. Quanto le tue scelte professionali sono dettate da una attenta programmazione e quanto dal puro istinto?

Direi 70% istinto, 30% programmazione… ed è anche il motivo per cui spesso non ottengo ciò che vorrei, ma almeno vivo in una sorta di coerenza data dalla casualità di stati d’animo, emozioni, appunto istinto.

“Sapere aspettare”, il tuo album d’esordio, rappresenta forse una delle novità maggiori. Come è nata l’esigenza di questa esperienza solista?

Passi la vita ad essere il “cantante dei / di”, oltretutto felice di esserlo, e ad un tratto vuoi capire chi sei, attraverso note e parole, dando sfogo alla tua creatività senza il giusto compromesso che giustamente una band e relativo genere musicale impongono. Giusto per dire “ecco, questo sono io, che vi piaccia o meno”.

Ti chiedo per un attimo di svestire i panni dell’artista ed indossare quelli del “venditore”. Come descriveresti il disco a chi non l’ha ancora ascoltato? Su cosa punteresti per solleticarne l’interesse all’acquisto?

Sono un pessimo venditore, soprattutto di me stesso, ma se dovessi davvero perorare la mia causa metterei avanti a tutto la varietà della proposta musicale e relativa genuinità, unita ad una lista nutrita di grandi amici professionisti ospiti nell’album.

Una cosa che mi ha colpito del disco, nonostante sia un‘opera estremamente sfaccettata e differenziata, è la sua coesione ed amalgama; come sei riuscito a riunire queste molte “anime” fornendo al prodotto finale una grande unitarietà?

Grazie per aver notato quello che per me è un punto di forza. Il disco è vario e la coesione è data essenzialmente dallo strumento voce in cui trovi tutta la coerenza necessaria per fare da collante attraverso un percorso fatto di brani elettrici, acustici e solo vocali.

Un altro elemento “forte” di “Sapere aspettare” è la cura per i testi, che toccano elementi diversi; si passa da temi maggiormente inerenti il sociale (“Non è più tempo”) a temi più personali (“I remember“), da toni più “dark” (“Nero cenere”) ad altri più leggeri ed ironici. Cosa vuoi espirmere con le canzoni che scrivi?

La mia più grande preoccupazione, in effetti, risiedeva proprio nella realizzazione dei testi, un terreno molto scivoloso. Ho espresso il mio modo di vedere la vita, l’ironia è parte integrante del mio essere, senza dimenticare però i tempi in cui viviamo e quindi le difficoltà del “vivere”, le grandi salite di rapporti interpersonali che non sempre vanno come vorremmo. Ho dato voce e inchiostro ai miei affetti, alle brutture dei tempi in cui viviamo, senza prestare il fianco a banali slogan politici poiché per me la musica e la politica devono stare separate. Fondamentalmente esprimo me stesso e quello che mi gira intorno molto semplicemente, senza troppi fronzoli.

Un brano molto originale è “Vado a male”, sia in riferimento al suo arrangiamento, completamente vocale, che per il suo testo, molto singolare ed ironico. Com’è nata l’idea di questa canzone?

Avevo realizzato la maggior parte del materiale di “Vado a male” per l’Università di Genova (Ingegneria Informatica) nel 2011, basandomi sul celeberrimo Astor Piazzolla; è stato semplice inventare un testo ed una melodia che stemperasse la “serietà” data da un brano solo vocale, che avrebbe potuto essere interpretato come un tentativo “presuntuoso” di fare musica… ed ecco nato, appunto, “Vado a male”: tutta la mia voglia di rendere “leggero” anche qualcosa di tecnicamente e musicalmente così impegnativo.

Per la produzione del disco ti sei avvalso di una campagna su “Musicraiser”. Sei soddisfatto dei risultati ottenuti dal tuo progetto?

Musicraiser è un ottimo veicolo se hai qualcosa da dire e da dare; nel mio caso è stato provvidenziale, grazie soprattutto ai molti amici che mi seguono da tanti anni. Ovviamente quel mezzo ti consente di aumentare il tuo bacino d’utenza, diventando un ottimo mezzo promozionale.

Seguendo la tua campagna su tale formato, sono rimasto molto colpito dal rapporto diretto che hai avuto con i tuoi raisers e, più in generale, i tuoi fans. Quanto è importante, per te, il contatto con il tuo pubblico?

Il motivo per cui io faccio quello che faccio ed ho quello che ho lo devo a loro, a tutte quelle persone che negli anni mi hanno accordato stima ed affetto. Non mi negherò mai a fine concerto, non eviterò mai una sana chiacchierata sui social con queste persone. Gratitudine sempre!

Hai da poco annunciato di aver raggiunto un accordo per la distribuzione del disco con la Self, che già si è occupata dei dischi dei Labyrinth. Quanto è ancora importante la diffusione delle copie fisiche tramite i classici negozi nell’era del digitale?

Self è stata per me una bella sorpresa; è chiaro a tutti quanto oramai sia agonizzante il mercato tradizionale della musica ma una buona distribuzione è comunque importante. Chiunque potrà richiedere al proprio negoziante di fiducia la copia del cd o del vinile di "Sapere Aspettare" e lo otterrà grazie a Self in pochi giorni!

Per la presentazione ufficiale di “Sapere aspettare” hai scelto lo storico Teatro Govi di Genova, così come per il videoclip di “Conta fino a 3” le strade del capoluogo ligure ti sono servite da location. Quanto sono importanti le tue radici geografiche genovesi?

Amore e odio per la mia città :-) Più amore, ovviamente, che odio; mi sento molto legato a Genova anche se la città, di per se, non premia quasi mai i propri artisti, e per città intendo le istituzioni e coloro che gestiscono cultura e spettacolo. Le soddisfazioni le traggo dalla gente, dagli amici e dalla bellezza stessa di una città che pur sembrando “superba” nasconde un grande cuore e questo grade cuore sono i genovesi.

Dopo la data di presentazione dell‘album, hai in programma un vero e proprio tour di supporto a “Sapere aspettare”?

Si, in realtà in autunno / inverno è prevista una piccola tournée promozionale completamente autogestita che toccherà diverse città d’Italia.

All’album hanno partecipato tanti ospiti e musicisti differenti. Come hai messo insieme la tua “squadra vincente”? Chi di essi ti accompagnerà nelle date dal vivo?

Aldo De Scalzi, Marco Canepa, Marco Fadda, Andrea Maddalone, Stef Burns, Irene Fornaciari, Marco Barusso, etc., hanno partecipato per il gusto di condividere musica con me ed è palese ascoltando il lavoro. Dal vivo la squadra è abbastanza solida ma non sempre avrò gli stessi musicisti, poiché trattasi di professionisti già impegnati coi loro progetti: Aldo De Scalzi, Andrea Maddalone, Massimo Trigona e Roberto Maragliano.

Hai già programmi per un futuro seguito del tuo esordio solista?

Sto lavorando al secondo album che credo vedrà la luce nel 2016.

Un’altra novità recente è l’esperienza Wonderworld, band di cui fanno parte anche Ken Ingwersen e Tom Arne Fossheim, con cui suoni anche nei Live Fire di Ken Hensley. Puoi raccontarci qualcosa di questa nuova esperienza?

Ottimi musicisti conosciuti nel 2013 con cui c’è stata fin dal principio una forte intesa umana e musicale che ci ha portati a decidere di formare gli Wonderworld, un power trio diretto e sincero, senza fronzoli. Anche con loro sto lavorando al secondo album e sono davvero felice di questo sound rock old style ma con sonorità attuali.

Con i Wonderworld e Ken Hensley ti sei esibito alla FIM, Fiera Internazionale della Musica, che si è svolta a Genova dal 15 al 17 Maggio. Cosa pensi di questa iniziativa?

Lodevolissima iniziativa che spero abbia un seguito, estremamente importante per noi musicisti e, soprattutto, per la città di Genova che per tre giorni si trova ad essere un polo importante della musica internazionale ma anche del territorio stesso. Grande ammirazione e rispetto per Verdiano Vera, l’ideatore ed organizzatore che sta dimostrando grande coraggio e lungimiranza.

Proprio nella scorsa edizione della Fiera hai ricevuto un FIM Award. Quanto sono importanti per te questi riconoscimenti?

I premi fanno piacere ma poi restano su una mensola a prendere polvere, ergo ciò che serve è prima di tutto fare in modo che siano da monito e sprone per un continuo impegno teso al miglioramento di se stessi e della propria musica.

Altro progetto che ti sta dando grandi soddisfazioni è la rock opera “Excalibur” di Alan Simon, con cui ti stai frequentemente esibendo all’estero. Puoi descriverci questo complesso spettacolo? Lo potremo mai vedere riproposto in Italia?

In realtà attualmente il progetto che sta funzionando di più di Alan Simon è "Tristan & Isolde", "Excalibur" potrebbe riprendere nel 2016; ovviamente io sono sempre pronto a seguire le peripezie del grande Alan. In Italia? non credo ci siano possibilità di vedere quei bellissimi spettacoli… purtroppo, qui da noi “funzionano” altre cose… e “diplomaticamente” preferisco non aggiungere altro.

A fronte dei molti nuovi progetti, in questi ultimi mesi hai annunciato l’abbandono alla band a cui, in passato, il tuo nome è stato maggiormente legato: i Labyrinth. Ci puoi parlare di questa (immagino sofferta) decisione?

Ne parlavo proprio ad inizio intervista; qui aggiungo che quando ti accorgi che una cosa non funziona più come meriterebbe il rischio che diventi “accanimento terapeutico” è alto. 17 anni, tante soddisfazioni e gratitudine, ma la vita deve andare avanti ed è giusto avere voglia di proseguire per la propria strada senza mai dimenticare o rinnegare un passato che ti ha reso quello che sei.

Infine, una curiosità: negli ultimi mesi i Vanexa si sono esibiti più volte con Marco “Spino” Spinelli, storico cantante dei primi due album della band. Ciò significa la fine della tua collaborazione con il gruppo?

I Vanexa, band a cui sono molto legato, andrà avanti senza di me, forse anche senza Spino; a breve ci saranno news che non voglio e non è giusto vi anticipi io….stanno tornando e ne sono davvero felice.

Grazie del tempo che ci hai dedicato! A te l’ultima parola!

Grazie a voi! Un grande abbraccio.


Foto di Iacopo Mezzano

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