Frontiers Rock Festival @ Live Club, Trezzo Sull'Adda

Solo la Frontiers Records, da anni ormai la massima forza a livello mondiale se si parla di label dedite al sound rock anni ottanta, poteva organizzare nella sua Italia un festival musicale di proporzioni così grandi ed internazionali da attirare nel nostro Paese fans provenienti da ogni parte del globo. Con il Frontiers Rock Festival, evento andato in scena dall'1 al 3 maggio 2014 tra le mura del Live Music Club di Trezzo Sull'Adda, abbiamo assisitito di fatto all'apoteosi del successo di questa etichetta e, contemporaneamente, a uno dei massimi picchi qualitativi e quantitativi toccati dal recente movimento di revival AOR.

Le mie sono parole non banali, me ne rendo conto, ma che appaiono ampiamente motivate da quanto andato realmente in scena a Trezzo in una tre giorni di musica, essenzialmente, pazzesca. Chi era presente sa di cosa sto parlando. Oggi, cercherò di trasmettere al lettore le mie impressioni ed emozioni su ognuno dei 21 gruppi saliti on stage in questo evento. Sarà difficile, le mie parole non renderano di certo onore a questi eroi, ma farò del mio meglio. Bando alle ciance quindi, che lo show abbia inizio..

1 maggio - DAY 1
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STATE OF SALAZAR: voto 8

Che inizio magico per il festival! Questi giovani svedesi, che hanno il loro disco di debutto pronto in uscita tra qualche mese, tirano fuori dal cilindro una prestazione di classe e di stile, perfettamente in linea con il sound wescoast e arena rock della loro musica. Figli di Journey, Toto, Survivor, etc, i loro brani ammutoliscono la già fiorente platea a bordo palco, lasciandola in preda all'estasi. Unico difetto, la timidezza con cui si approcciano inizialmente ad un pubblico che ancora non li conosce, ma che presto li esalterà come loro idoli. Bravissimi, e da rivedere!

DALTON: voto 8.5

Direttamente dal finire degli anni'80, ecco ricomparire on stage i riuniti svedesi Dalton, che entro la fine dell'anno pubblicheranno un nuovo album scandi AOR che, siamo certi, farà la fortuna di questi veterani. Solidi, questi musicisti si gettano mente e corpo in una prestazione da urlo, che cresce di molto dopo un inizio un po' titubante, sulle note dei loro maggiori successi di un tempo, riproposti oggi con pari grinta e qualità. Ottimo il nuovo brano proposto, bella la chiusura con un pezzo rubato a Bon Jovi. 

THREE LIONS: voto 7

Nutrivo enormi aspettative su questa nuova formazione composta dai veterani Vinny Burns e Greg Morgan, e dall'esordiente Nigel Bailey, e sostanzialmente non sono rimasto deluso. Però, qualche problema con i suoni ha penalizzato la riuscita dello show, con la chitarra di Burns purtroppo non così in rilievo come su disco. Bailey si è rivelato, al suo debutto assoluto in una band non dedita alle sole cover, un grandissimo performer, suglis cudi in particolare su brani più soft come Kathmandu e Don't Let Me Fall. Da rivedere con più show sulle spalle.

SNAKECHARMER: voto 9

Il loro disco di debutto mi era abbastanza piaciuto, ma non nutrivo grosse aspettative su questo combo, formato da musicisti senza dubbio di immensa qualità, ma per il mio punto di vista troppo cloni e troppo compassati per risaltare. Nonostante mi sia assentato per gran parte dello show causa pausa pranzo (da qualche parte la si doveva infilare, no? Comunque, da fuori del locale, nell'area relax, si sentiva molto bene tutto), mi sono dovuto però largamente ricredere di fronte a riproposizioni di pezzi dei Whitesnake forse persino meglio degli originali. Superlativo Chris Ousey alla voce, magici Micky Moody, Neil Murray, Laurie Wisefield, Harry James, Adam Wakeman. Certo, sembrano dei computer per quanto sono esenti da sbavature, ma per molti questo può essere un enorme pregio. E in fin dei conti, con il senno di poi li avrei visti da dentro al locale..

W.E.T.: voto 6

Con la pancia piena, eccomi pronto a godere del supergruppo W.E.T. (Work of Art-Eclipse-Talisman). La delusione nel trovarmi di fronte a uno show disintegrato da suoni da terzo mondo (scusate il termine, ma si necessita) e con volumi spropositati, con un Soto che a tentoni cerca di incastrarsi con la sua voce tra parti di chitarra che forse neppure lui sente sul palco, non mi è ancora passata. Forse siamo di fronte al secondo punto minimo qualitativo toccato da questo festival, nonostante sia da riconoscere la bella scaletta e la buona prova tecnica del combo, che ci prova fino all'ultimo a reagire alla disfatta, salvandosi in corner sulla sufficienza. Ma la colpa dell'insuccesso non è affatto tutta loro..

HARDLINE: voto 7.5

Se i suoni crescono un po' in qualità, con una sensazione di rumore che rimane anche qui però a massacrarci i nostri poveri orecchi per colpa dei volumi vergognosi, sale di almeno un punto e mezzo il giudizio finale sul dinamitardo show degli Hardline. Un concerto molto bello, con una scaletta abbastanza giusta (avrei personalmente evitato le sole Danger Zone e Taking Me Down), che poteva essere valutato anche di più se solo la band non si fosse persa in assoli continui, che sarebbero valsi ben più che qualcosa di fronte a uno show di due ore, ma che di fronte a un tempo disponibile abbastanza esiguo potevano essere accantonati per lasciar spazio a qualche pezzo in più. Comunque, Gioeli come sempre sugli scudi, benone Ramos, super Del Vecchio e soci. Straordinaria In The Hands Of Time, per i miei gusti una delle migliori power ballads di sempre. Mi sono divertito assai, si! 

TESLA: voto 9.5

Rispetto a tutti i gruppi presenti in scaletta in questa giornata, scusate ma i Tesla avevano una marcia in più, ed eccoli infatti sfiorare la lode grazie a una prestazione da capogiro, la prima davvero quasi perfetta nei suoni e nel volume. Sembrava di ascoltare un live dal lettore di casa, pazzesco! Jeff Keith mastodontico nonostante l'avanzare del tempo, gigantesca tutta la band, con le chitarre in particolare rilievo. Bella la scelta dei pezzi, con due tracce nuove eseguite che, pur non reggendo il confronto con i classici, si fanno apprezzare. L'apoteosi di una formazione che forse poteva ottenere anche qualcosina in più dalla sua carriera, e che si è presa qui al Frotniers Rock Festival la giusta rivincita su tanti mostri sacri, oggi in fase tristemente calante.



2 maggio - DAY 2
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ADRENALINE RUSH: voto 6

Tåve Wanning è la protagonista in positivo e in negativo dello show che apre la seconda giornata del festival. La giovanissima e supersexy biondina svedese divora in un sol colpo, o meglio in una sola mossa, la scena ai suoi bravi musicisti, alzando le bandiere dei tifosi del rock presenti in sala (il doppio senso è voluto) grazie alle sue forme e alle sue movenze da ballerina di strip dance. Poco importa se ha una voce dalla timbrica fastidiosissima e se il suo hard rock lo apprezzeranno si e no in quindici, è lei la vincitrice. A fine show fa foto con tutti, regalando così alla band la meritata sufficienza.

MOONLAND feat LEENA KUURMAA: voto 6

Che rabbia. Aspettavo con ansia questo concerto e tac, i fonici mi regalano forse la loro peggiore prestazione di tutto il festival, con un suono impastato di tastiere, basi, chitarre, tutto, che non permette alla bellissima voce di Leena Kuurmaa (ex Vanilla Ninja) di spiccare il volo. Lei comunque, in versione intellettuale pudica è super fantastica, ma avrei preferito se si fosse studiata i testi prima di salire in scena. Va beh. Credo comunque che l'album d'esordio dei Moonland che arriverà a giugno mi pare sarà un grande successo, ma di questo show per colpa dell'audio proprio non ho capito niente, o quasi. Sei sulla fiducia.   

ECLIPSE: voto 8

Cambio marcia secco del festival, che con gli Eclipse di Erik Martensson trova una sferzata di hard rock maschio e massiccio non indifferente. Erik è un carrarmato di energia, che trascina il resto della band verso uno show dinamitardo, nettamente superiore a quello dei W.E.T visto ieri. Bella la setlist, ottime le chitarre, tutto eccezionale tranne i problemi d'audio fuori e dentro il palco, che compromettono un po' la riuscita del concerto. Di nuovo, volumi allucinanti. Ma gli Eclipse se ne infischiano di tutto, scelgono la battaglia, escono vincitori, volando alti come delle aquile. Wow.

LRS: voto 8

La Verdi-Ramos-Shotton: LRS. Gli autori di quello che per molti sarà uno dei dischi di questo 2014 salgono on stage tra l'attesa di tutti, in quello che è il loro primo concerto dal vivo di sempre. Ovviamente, prova ben superata, con classe e maestria, nonostante (che noia dirlo sempre) suoni non perfetti. La Verdi indimenticabile (fosse il frontman attuale dei Journey...), Shotton super, Ramos meglio ora a scimmiottare Neal Schon che con gli Hardline. Peccato per la setlist brevissima e priva di Almost Over You, uno dei pezzi dell'anno. Ma i ragazzi, si vede, han provato solo questo fino ad oggi. Ottima Universal Cry, canzone con una atmosfera unica, glorioso il medley finale The Storm-Von Groove-21 Guns, con Del Vecchio eccezionale alla voce in I've Got A Lot to Learn About Love. Mozzafiato.

RED DRAGON CARTEL: voto 6.5

Altra pausa pranzo con un gruppo che, al di là del mitico chitarrista Jake E Lee e del cantante Darren Smith non si cagherebbe nessuno (scusate di nuovo il termine). In più secondo me questi due non stanno neppure troppo bene insieme, con il secondo che non è il cantante adatto per il primo. Ma va beh. Buon concerto, con tanti pezzi dei Badlands e uno di Ozzy Osbourne (Bark at the Moon). Chitarra impastata e un po' troppo rumore di fondo.. ancora. Jake E Lee mi è parso anche un po' ubriaco, non eccezionale comunque. Sono andato a far la pappa dopo poco, e senza grossi rimpianti.

PRETTY MAIDS: voto 5

In questa fase del concerto ho passato più tempo a mangiucchiare snack per far passare il tempo, che a godermi la musica. Sia chiaro, i Pretty Maids mi piacciono, specie se si va a parlare dei loro primi successi. Che noia però questo show, fatto di volumi enormi, di un sound degno di una formazione brutal death metal, e di una cantato totalmente senza voce del frontman Ronnie Atkins! Più che una band danese, sembravano dei musicisti tedeschi, forse anche per colpa del tasso alcolico e delle pance nettamente lievitate in questi ultimi mesi. Comunque, delusione grossa grossa, e show da dimenticare nonostante qualche buon pezzo in setlist. I peggiori della tre giorni.

STRYPER: voto 9

Direttamente da uno degli anelli del paradiso, ecco salire sul palco i christian rocker per eccellenza Stryper, autori di un concerto di un'altra taratura rispetto ai diretti concorrenti. Michael Sweet e soci sono dei musicisti di un altro pianeta, ma anche dei vocalist mica male, e nella loro ora e mezza circa a disposizione sfoderano gran parte del meglio del loro immenso repertorio, non disedegnando una cover dei Judas Priest, e una dei KISS. Leggetevi qui i brani eseguiti, e capirete il perchè del mio entusiasmo. Cori, controcori, lanci continui di regali ai fans lasciano il pubblico in totale estasi, commosso di fronte alla grandezza di questi angeli del rock. Non so che altro aggiungere, se non: caspita!




3 maggio - DAY 3
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CRAZY LIXX: voto 7

Non li ho mai seguiti più di tanto, ma sicuramente i Crazy Lixx sono stati un buon modo di incominciare l'ultima giornata di festival. Supportati da un pubblico nettamente superiore a quello delle altre giornate, questi ragazzi hanno tirato fuori un bella prova, di livello. Certo, non è certamente perfetto il cantato del vocalist, però in quanto a grinta, attitudine ed energia sono stati tutti bravi, e lo show è scivolato via senza problemi. Un buon gruppo di genere hair metal. 

ISSA: voto 6.5

Brava anche Issa, che complessivamente non eccelle ma neppure sfigura all'interno di questo bill. Non apprezzo molto la sua timbrica e non seguo quindi tutto lo show, ma mi è piaciuto il suo alternare suoi pezzi a cover di classici AOR del passato. Deve migliorare però il suo muoversi sul palco, oscillava da una parte all'altra del palco senza un filo logico, preoccupandosi di non saltare troppo per non rivelare il colore delle mutandine. La prossima volta indossi i jeans cribbio!

JEFF SCOTT SOTO: voto 9

Con il primo pezzo che suona casinaro da far schifo, torna il timore per uno show-fiasco come quello dei W.E.T. Invece, ecco lì che la scaletta sale di intensità e va a toccare tutti i maggiori successi della carriera solista di questo cantante, concludendo con uno stupendo medley, più I'll Be Waiting dei Talisman e la cover di Stand Up degli Steel Dragon, sforando di diversi minuti il tempo a disposizione. Ma al pubblico va bene, benissimo, così, perchè il concerto è granitico e la prova di Soto davvero stellare, irraggiungibile. Bene i suoni, da evidenziare anche una comparsata di Joel Hoekstra alla chitarra e il ritorno live di pezzi come Believe In Me e Holding On. Jeff Scotto Soto è così tra i top assoluti dell'intero festival.

JOHN WAITE: voto 8

L'arduo compito di salire sul palco dopo il terremoto Soto tocca al leggendario John Waite che, carburata la voce con la bella cover di Back On My Feet Again dei suoi The Babys, ci ammazza tutti con la versione per metà a cappella di When I See You Smile dei Bad English. Perfetta, se solo il suo chitarrista non pensasse bene di suonare l'assolo di un pezzo dei Guns 'N' Roses invece che l'originale. Bah. Per il resto, una grande prova di forza di questo cantante, ottimo anche in Missing You, ma supportato da una band almeno oggi non del tutto all'altezza. E se avesse aggiunto un'altra sua hit al posto della conclusiva cover di Whole Lotta Love chissà che il mio voto non sarebbe stato ancora più positivo.. Un gigante, comunque. 

DANGER DANGER: voto 8.5

Tolti i problemi tecnici che ha avuto per tutto l'arco dello show il povero batterista, e ignorati i conseguenti difetti nell'esecuzione di alcuni pezzi, i Danger Danger hanno tirato giù tutto, trasformando i -mila spettatori del Frontiers Rock Festival in una unica massa di danzatori cantanti e festanti. Setlist perfetta e grinta da vendere sono stati gli ingredienti del successo dei nostri, che da Rock America fino alla conlusiva Naughty Naughty, passando per Bang Bang, Beat The Bullet, I Still Think About You e altri successi, hanno spaccato tutto guidati dall'incredibile carica del frontman Ted Poley. Un po' scoppiatello alla voce, ma davvero unico per carisma, e una veria bestia da palco. Divertimento assicurato!

WINGER: voto 7

Stringete in una mano una setlist praticamente perfetta, che si dimentica di tanti brani nuovi per lasciare spazio a quasi tutte le vecchie hit, e una prova assoluta dei chitarristi, Reb Beach su tutti. Nell'altra serrate però volumi spropositati, suoni incasinati, e una performance non perfetta e quasi scazzata del comandante Kip Winger. Quanto dareste a uno spettacolo come questo? Beh, io dico che un sette riesce a tenere ben conto di pregi e difetti, evidenziando uno show certamente piacevole, ma che poteva anche essere migliore con un po' di carica in più da parte del suo leader. Angosciose poi le stonature dello stesso Kip su Miles Away e Headed For A Heartbreak, ma forse sul palco davvero qualcosa non stava (nuovamente) funzionando con le spie. Purtroppo, soltanto discreti.

NIGHT RANGER: voto 10

Arrivato all'ultimo concerto di questa maratona di rock, lo ammetto, ero preda della più totale stanchezza, specie fisica (maledetta schiena..). Partita però la prima nota di Touch of Madness e visti i Night Ranger al gran completo saltare sul palco ho dimenticato ogni affanno e mi sono goduto senza preoccupazioni il miglior concerto in assoluto di questa tre giorni. Devastanti, e non servirebbe altro aggiungere. Jack Blades infinito e simpaticissimo, tra Damn Yankees (due i brani eseguiti) e repertorio Night Ranger, Brad Gillis potente e possente come sempre, affiancato da un Joel Hoekstra tecnicamente unico e inarrivabile. E Kelly Keagy.. senza parole!! Scaletta mastodontica, con tutte le hit che servivano tranne purtroppo Rumors In The Air, tagliata assieme a un pezzo nuovo a causa dei ritardi. Ma chi c'era sa che s'è vissuto un sogno. Da lacrime!



CONCLUSIONI


Mi permetto di chiudere questo articolo con i dovuti elogi agli artefici di tutto ciò, i plurinominati (direttamente dagli artisti sul palco) dirigenti della Frontiers Records. Senza di loro, questa scena musicale forse non esisterebbe più, e molte di queste band avrebbero chiuso i battenti già da diverso tempo. Fa sempre bene ricordarlo.
Allo stesso tempo trovo doveroso sottolineare la bellezza della location del Live Club di Trezzo sull'Adda, che si è rivelata perfettamente adatta con i suoi spazi a un evento come questo.

Trovo altresì giusto spendere due parole su quelli che sono però stati i problemi di questa prima edizione del festival: i suoni e i volumi. Quello di volere a tutti i costi l'audio altissimo e spropositato, che azzera la bellezza delle note e taglia via d'un colpo intere frequenze, è un problema che ho riscontrato molto più spesso in Italia che nelle altre nazioni. Mi viene da pensare allora che sia un problema di cultura del nostro Paese, e spero che proprio la Frontiers contribuisca per prima e già dalla prossima edizione di questo straordinario evento a dare un freno a questa cosiddetta Loudness War. La mia è quasi una preghiera, che spero sarà ascoltata. Ne va della salute di tutti.


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