Steel Panther @ Alcatraz (MI), 5.3.2014


 

Report di Michelangelo Repetto

Gran concerto all’Alcatraz: locale mezzo pieno, nel senso, interamente vuoto per la sua metà, in quanto diviso da un pesante drappo; offre un’uttima acustica ed una discreta e vicina visuale da ogni lato: peccato per i volumi un po’ troppo bassi, tanto che in alcuni momenti di entrambi i set non si riesce a sentire bene il palco se la gente vicino sta cantando…

Aprono la serata i nostrani Bad Bones, che intrattengono egregiamente la folla con il loro hard rock scanzonato, con pezzi che convincono e divertono.


Dopo una ventina di minuti di cambio palco, sulle note della maideniana “The Number Of The Beast” arrivano sul palco i 4 glamster direttamente dal sunset-strip! Gli Steel Panther aprono le danze con Eyes Of The Panther, dal primo album Feel The Steel.

L’energia del quartetto californiano è a dir poco dirompente: il cantante Michael Starr è un discreto animale da palcoscenico, ed offre una prestazione vocale ineccepibile. Satchel è indubbiamente un virtuoso della sei-corde e non ha nulla da invidiare a tanti guitar-hero più blasonati; inoltre non esita ad intrattenere la folla in diverse occasioni come frontman insieme al singer, coinvolgendo perlopiù il pubblico femminile con richieste non proprio signorili in un discreto italiano. Il bassista Lexxi Foxx, più noto per il suo vanesio estremo, piuttosto che per le sue abilità musicali, è forse uno dei più amati dal pubblico (che gli riserva rumorosissime ovazioni) ed offre una prestazione, quanto meno visivamente, degna di lode (da notare il suo continuo sistemarsi i capelli ed il trucco davanti ad uno specchio da camerino posizionato poco lontano da lui oltre al suo ormai ben noto specchietto da “principessa”, le pose alla Zoolander e l’hair-solo…); niente da eccepire sulla sua performance alle 4 corde, così come per il batterista Stix Zadinia, che percuote dirompentemente le sue pelli con un drumming semplice ma potente e dannatamente efficace.

Si prosegue alla grande con Tomorrow Night, seguita dalla splendida Asian Hooker, forse uno dei pezzi più identificativi del combo, e si prosegue alternando brani dal primo e dal secondo lavoro della band, Balls Out: si susseguono così, Just Like Tiger Woods, Turn Off The Lights, Let me comin’, alternate dai divertenti siparietti della band, dove, a modo loro, gli Steel Panther elogiano le ragazze italiana (“they are so easy to fuck”), il cibo italiano (“pizza, pasta and pussy”) e si prendono vicendevolmente per i fondelli (Satchel definisce più volte Starr “pisellino”, improvvisando sull’aneddoto anche un pezzo an hoc).

C’è spazio anche per Party Like Tomorrow is the End of the World, It’s a Burden to be Wonderfull, Glory Hole, pezzi di All You Can Eat, disco in uscita nelle prossime settimane, che, nonostante una buona risposta del pubblico, non scaldano gli astanti come le altre canzoni (vuoi per la novità, vuoi per il tiro lievemente meno incalzante) .

I “tempi regolamentari” vengono chiusi con Gold Digging Whore, , It Won’t Suck Itself e Death to All But Metal, con il palco invaso da alcune procaci fanciulle (guardacaso 17, in riferimento al titolo di uno dei bis) prese dal pubblico: è evidente che la cosa fosse pianificata, data l’intraprendenza e l’appeal da spogliarelliste di alcune delle signorine…

Bis affidati a Community Propriety, cantata per una buona metà all’unisono da tutto il pubblico dell’Alcatraz, 17 girls in a raw e l’esplosiva Party All Day (Fuck All Night).

Bilancio della serata decisamente positivo: musicalmente I Panther non sbagliano un colpo, e perciò fanno dubitare seriamente che siano i drogati depravati che vorrebbero fingere di essere. Belli e divertenti da vedere, forse un po’ troppo pianificati e un po’ poco spontanei, ma quello che conta è offrire un bello spettacolo, ed è proprio quello che gli Steel Panther hanno fatto.

L’unica nota negativa, oltre ai già citati volumi troppo bassi, è la durata del concerto e l’esiguo numero di pezzi eseguiti, a vantaggio delle parti “cabarettistiche” (effettivamente troppe): 2 o 3 pezzi in più avrebbero reso il concerto veramente perfetto.

Ci sembra giusto congedarci augurando “morte a tutto tranne che al Metal”, e che sia di stampo ottantiano, con parrucche cotonate e fuseaux!

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