HiRock Festival - Giorno 1 @ Max Aicher Arena, Inzell

Sono le 18:25 circa quando finalmente faccio il mio ingresso alla Max Aicher Arena, il bellissimo palazzetto del ghiaccio del paesino di Inzell, nella regione dello Chiemgau, in Germania, che in data 1-2 giugno 2013 ha ospitato l'evento rock melodico dell'estate, ovvero la due giorni dell'HiRock Festival.

Purtroppo (e già a causa del maltempo, poi spietato protagonista della seconda metà dell'evento) sono in netto ritardo, e al mio arrivo hanno già iniziato il loro show gli Europe, dopo che H.E.A.T., Voodoo Circle e Black Star Riders hanno calcato e poi lasciato il palco tra (mi è stato riferito) il tripudio generale della numerosa platea presente (sicuramente oltre tre mila spettatori).


Tempo di sistemarmi al lato destro del palco e riconosco la prima canzone, Not Supposed to Sing the Blues (scoprirò solo poi che il concerto era appena iniziato, e che i soli brani Riches to Rags e Firebox erano già stati eseguiti). La prova di Tempest e soci è sicuramente di livello e la resa generale del pezzo davvero molto vicina alla qualità in studio, questo anche grazie agli ottimi suoni nell'arena. Segue una buona versione di Scream of Anger, ma sul classico Superstitious ecco che i rockers svedesi iniziano a cigolare, con Joey che proprio non ce la fa ad azzeccare le note alte. Buona comunque la grinta del quintetto, che da il meglio di se ancora su un pezzo nuovo come Love Is Not the Enemy e ri-cala con la storica ballad Carrie, cantata a squarciagola dal pubblico ma priva del fascino e della resa qualitativa che aveva un tempo. E di nuovo, bene Seven Doors Hotel, maluccio la leggendaria Rock the Night, ok Last Look at Eden ma ai limiti della sufficienza la conclusiva e storica The Final Countdown, segno che la direzione più bluesy presa dagli Europe non è solo figlia di una scelta stilistica o di un cambiamento dettato dalla premiata ditta Tempest-Norum, ma anche e soprattutto di una necessità. A dirla breve: o si svoltava verso il blues rock e l'hard rock più puro, andando quindi incontro a note più basse e ''facili'' da prendere per il buon e bel Joey, o si andava in pensione. Nient'altro da aggiungere, per una prestazione comunque di mestiere e complessivamente da sufficienza meritata.


15 minuti dopo, in perfetto orario, salgono on stage i Whitesnake, che proprio nelle ultime ore hanno deciso di lasciare spazio ai Journey come main event. L'inizio esplosivo (Give Me All Your Love e Ready an' Willing) e la bellezza scenografica del palco non riescono a nascondere il sempre più evidente calo vocale di mr. David Coverdale, che in quanto a carisma e importanza scenica resta sempre il numero 1, ma che ad oggi si fa praticamente mettere sotto e seppellire dal resto della band, mille volte più efficace qualitativamente e tecnicamente sul palco. La giornata del leggendario frontman non è però delle peggiori, e Can You Hear the Wind Blow e Don't Break My Heart Again scivolano via bene grazie anche all'ottimo supporto dei cori dei chitarristi Reb Beach e Doug Aldrich, due artisti che non hanno davvero nulla da invidiare ai loro illustri predecessori. Con Is This Love emerge però la disarmante stanchezza vocale di Coverdale, che fatica davvero molto a rendere il brano anche solo riconoscibile nel suo tratto iniziale. Meglio Gambler, dedicata ai compianti Mel Galley, Cozy Powell e Jon Lord, e Love Will Set You Free, e riuscito poi il duello chitarristico (per lo più improvvisato) del solo di Aldrich & Beach, con la bella Steal Your Heart Away che lascia spazio all'assolo di batteria di un Tommy Aldridge in grandissimo spolvero, anche questa sera una spanna sopra a tutto e tutti. Sul finire, angosciante il cantato in Forevermore (risollevata poi dal pubblico, che applaude e urla come di fronte a una prestazione da lode) e così così il mini-medley Best Years / Bad Boys, con il trio delle meraviglie finale Fool for Your Loving - Here I Go Again e Still of the Night che, con i suoi alti e bassi, riesce ad emozionare e commuoverci tutti, quasi come ai vecchi tempi. E il lungo applauso finale, suvvia, è anche quasi meritato..


Calano le luci (in tutti i sensi, rispetto al palco dei Whitesnake siamo qui visivamente in una spoglia oltretomba) ed ecco che le leggende dell'AOR americano, i Journey, si presentano alla platea tedesca con Separate Ways (Worlds Apart) che, orrore orrore, ci mostra un Arnel Pineda subito in netta difficoltà, totalmente incapace a dare continuità al suo cantato, quasi avesse il mal di gola. Per lo stesso motivo, molto male anche la resa di Any Way You Want It, Ask the Lonely, Only the Young e Stone in Love, dove il povero filippino sembra davvero subire schiacciato tutti i problemi vocali che prima o poi finiscono per assalire i successori di Steve Perry. Comunque al poverino non vengono di certo in soccorso i suoni, a lungo impastati e mal tarati specie nel volume dei cori e della chitarra di Neal Schon (poi mano a mano fortunatamente miglioreranno), e neppure il resto della formazione, come sempre piuttosto statico e freddo a vedersi, ma bensì il batterista Dean Castronovo che, come di consueto, canta e suona con grande maestria la difficile Keep on Runnin'. Ecco che la pausa giova a Pineda, che torna on stage per cantare finalmente bene Edge of the Blade, e poi in successione due delle più belle power ballad del gruppo, ovvero Lights e Open Arms, commoventi. Da qui non è che tutto sia in discesa (Arnel faticherà ancora e molto su alcune note alte, segno che tanto bene le sue corde vocali non devono realmente stare..), ma il passo avanti è certamente netto, e lo spettacolo acquista un altro piglio. In scioltezza, One More, Escape e Dead or Alive risvegliano l'anima più rock del pubblico tedesco, seguite dalle seminali Wheel in the Sky e Be Good to Yourself, urlate con la massima gittata da tutti i mila presenti. Chiudono una bellissima Faithfully, questa eseguita da lode ed estremamente commovente, merito anche di un certo Jonathan Cain che alla tastiera non è un maestro.. ma molto di più, e l'inno Don't Stop Believin', che saluta la folla festante con quell'eterna promessa a non mollare mai e credere sempre nei propri sogni.


Tutto sommato quindi una prima giornata di festival molto bella e intensa, nonostante le difficoltà tecniche mostrate dai tre cantanti che si sono esibiti davanti ai nostri occhi. Bella la location e quasi sempre ottimi i suoni, di un altro livello rispetto a qualsivoglia evento italiano (abbiamo davvero un sacco da imparare dai tedeschi sotto questo aspetto..). Peccato non avere seguito gli H.E.A.T. (ci è stato detto di un Gronwall in grandissimo spolvero e di una setlist da urlo), i più che dignitosi Voodoo Circle e gli esordienti live Black Star Riders (ex Thin Lizzy, e autori ci dicono di un concerto pezzesco!!), ma succede di arrivare tardi. Specie con questa dannata pioggia...

Nessun commento:

Posta un commento

News musicali - Rock-Metal-Essence.com Designed by Templateism.com Copyright © 2014

© 2011-2014 Rock-Metal-Essence.com. Immagini dei temi di Bim. Powered by Blogger.