Depeche Mode - Delta Machine - Recensione

Artista: Depeche Mode
Titolo: Delta Machine
Genere: Synth Pop
Provenienza: Inghilterra
Anno di uscita: 2013
Etichetta: Sony Music
Voto: 84/100

Le grandi band non invecchiano mai, neanche dopo più di dieci fatiche in studio, e i Depeche Mode, ancora una volta, confermano come il tempo non passi mai per loro. Trent'anni e più di attività non si fanno sentire, il trio inglese continua instancabile il proprio tour di concerti e il lavoro di songwriting, pubblicando uno dei dischi più attesi del 2013, "Delta Machine", quattro anni dopo l'ultimo "Sounds of the Universe".

Innanzitutto, non si potrebbe trovare un lavoro debole o brutto targato Depeche Mode, neanche tra gli ultimi dischi pubblicati e spesso ingiustamente denigrati rispetto ai primi, ma che - secondo chi scrive - rappresentano alla perfezione la maturità artistica che i Depeche Mode hanno raggiunto e che (udite udite!) contengono delle perle che neanche il Martin Gore degli anni '80 più floridi avrebbe potuto scrivere.
Con "Delta Machine" Gahan e compagni abbandonano la strada percorsa fin qui e si buttano indietro nel tempo: francamente nessuno si aspettava un ritorno ai primi anni '90, ed è impossibile non sottolineare come quest'album sia il perfetto seguito del mood di "Songs of Faith and Devotion".
Già il primo singolo, "Heaven", rappresenta questa direzione. Beat molto lenti, marziali, solenni lasciano spazio ad un blues sintetico, come è stato definito da molti, rendendo l'atmosfera ancora più cupa del periodo oscuro del trio inglese. Come non citare poi "Welcome To My World", all'apparenza molto dark, introspettiva, ma che cambia completamente interpretazione appena parte il refrain orchestrale? Quale migliore introduzione per un disco del genere? Snobbata dalla critica, è sicuramente un episodio importante del disco, poiché si tratta di un vero e proprio invito all'ascolto del disco che porta in modo quasi naturale alla successiva "Angel", dall'incidere molto più aggressivo e che in quasi quattro minuti diventa molto, molto più dolce. Dopo il già citato singolo, caratterizzato da un'interpretazione sofferente e passionale del buon Gahan, è il turno di "Secret to the End", forse l'unico pezzo che ricorda i nuovi Depeche Mode. Nessuna novità, un buon brano caratterizzato dal pulito timbro compositivo di Dave Gahan, che si rifà stavolta anche a "Violator". Sporchissimi invece "My Little Universe" e "Slow", due ottimi episodi che cambiano ancora strada: il primo è evidentemente influenzato dalla musica 8-bit, techno (decisamente insolito per gli standard della band), mentre "Slow" riprende l'attitudine gospel di "Heaven", risultando anche molto strano dal punto di vista armonico: di diritto tra i migliori pezzi di "Delta Machine".

La macchina del tempo ci riporta nuovamente indietro con "Broken" e "Soft Touch / Raw Nerve", precisamente nel periodo di "Black Celebration" e ciò non può non essere un vero e proprio piacere per i fan, che hanno dimostrato di amare alla follia "Broken" (in particolare il fantastico ritornello, da riascoltare per ore, praticamente perfetto), mentre la seconda canzone è evitabilissima (una canzoncina pop anni '90). "The Child Inside" è uno dei brani lenti, malinconici e sottili del trio, che posto a metà di "Delta Machine" lascia respirare l'ascoltatore prima di prepararsi alla parte finale. Il secondo singolo "Soothe My Soul" è una fotocopia di "Personal Jesus" (soprattutto nei pattern ritmici), ed è davvero un peccato perché poteva davvero essere un bel pezzo senza la prolissità che lo caratterizza. "Should Be Higher" e "Alone" sono buone canzoni, prese dal repertorio degli ultimi album e influenzate anche dagli How To Destroy Angels di Trent Reznor (non solo qui, però). "Goodbye" suona molto come commiato finale: commiato finale che riassume ciò che è questo nuovo album, cosa sono i Depeche Mode ora. L'impressione finale è decisamente positiva: ma cosa avranno mai voluto dire Gahan, Gore e Fletcher con questo "Delta Machine"? Per capirlo ci vorranno un po' di ascolti, ma se all'apparenza questo potrebbe sembrare un semplice ritorno al passato, si scopre poi come i tre abbiano fatto il lavoro più coraggioso della loro carriera, un vero e proprio salto nel vuoto riuscito molto bene, a parte due o tre canzoni. La vera novità è la particolare attenzione non ai contenuti (molti dei quali già sentiti, triti e ritriti), ma alle forme, con particolarissimi accenti blues fortemente marcati: ed è proprio per questo che consigliamo l'ascolto di "Songs of Faith and Devotion" a chi non lo avesse ancora fatto.

IN PAROLE POVERE...

E quindi, dopo più di sei lustri, i Depeche Mode non hanno ancora sbagliato un colpo. Anzi, con quest'album si aprono nuove prospettive al futuro, segno che i tre sono cambiati e stanno cambiando ancora, anche se lo fanno in modo molto velato: "Delta Machine" non è altro che un'offesa, un pugno nello stomaco per i denigratori degli ultimi album: un ritorno al passato che viene rivisitato in chiave moderna. In conclusione, i Depeche Mode stanno davvero invecchiando, ma con una consapevolezza ed una maturità che moltissimi altri artisti invidieranno e non riusciranno mai a raggiungere.

TRACKLIST

01. Welcome To My World
02. Angel
03. Heaven
04. Secret To The End
05. My Little Universe
06. Slow
07. Broken
08. The Child Inside
09. Soft Touch/Raw Nerve
10. Should Be Higher
11. Alone
12. Soothe My Soul
13. Goodbye

FORMAZIONE

Dave Gahan - Voce
Martin Gore - Chitarra, Tastiere, Voce
Andy Fletcher - Tastiere

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