Speciali RME.com: il ricordo di Alvin Lee

Finisce così, con le fatali complicanze di una banale operazione chirurgica, la vita e la carriera di una delle più grandi leggende che la storia del blues rock ricordi: Alvin Lee. Un musicista entrato nel cuore di tutti in un attimo, con quel suo assolo suonato ai 500mila di Woodstock '69, e da li mai più uscito grazie a produzioni e album sempre ispirate, solide, classiche, geniali.

Nato a Nottingham il 19 dicembre 1944, Graham Alvin Barnes (questo il suo nome di battesimo) si appassiona alla musica fin da giovanissimo. Come un nero nella pelle di un bianco, il ragazzino si avvicina subito alle tonalità e al calore di generi come il jazz, il blues e poi il rock, innamorandosi dello stile di maestri come Chuck Berry e Scotty Moore.
Come conseguenza di questa passione, nel 1957 Alvin imbraccia per la prima volta una chitarra, e tre anni dopo, nel 1960, lo troviamo già alle prese con le musiche originali del suo primo giovanile gruppo.

Poi, nel '62 con i Jaybirds che Lee si avvica per la prima volta al circuito professionistico, arrivando ad esibirsi allo Star di Amburgo, in un evento a dir poco storico per il club che avrebbe visto da li a poco salire sul palco gli eroi dell'epoca, i The Beatles. Con questa seminale esperienza alle spalle, la formazione fa ritorno a Londra, dove cambia nome prima in Blues Yard e poi in Ten Years After, e pubblica nel 1967 uno straripante esordio discografico omonimo, che porta la band in tour per la prima volta nel continente americano.

Ventotto tour USA in sette anni. E' questa la cifra record per ogni band inglese che appartiene salda nel palmo dei Ten Years After, che tra il '67 e il '72 riescono a pubblicare ben cinque album di grande fattura, dopo i quali Lee decide però di lasciare la line-up per dedicarsi alla carriera solista, salutando i compagni a causa di divergenze musicali, ma si dice anche stordito da tutta la fama raccolta dalla formazione dopo il dinamitardo show di Woodstock del '69, nel quale Alvin e soci infiammarono l'oceanica platea con i nove minuti blues di I'm going home, da li in poi il cavallo di battaglia di ogni esibizione live di questo gruppo.

Un cammino solitario quello di Alvin Lee iniziato nel 1973 con il mitico On the road to freedom suonato ancora al fianco di Mylon LeFevre e con ospiti George Harrison, Steve Winwood, Jim Capaldi, Mick Fleetwood e Ron Woode, e arrivato fino al 2012, con quel Still on the Road to Freedom che oggi fa da ultimo testamento musicale di questo chitarrista. Nel mezzo una reunion con i Ten Years After e tantissime collaborazioni, oltre a un'incessante attività live che più volte ha toccato il suolo della nostra Nazione.

Ieri 6 marzo 2013 in Spagna c'è stato l'ultimo atto, il più terreno, della vita di Alvin Lee. Inutile dire quanto mancherà a tutti noi e al panorama rock il suono della sua chitarra, quell'irresistibile tocco caldo del suo plettro. Si dice che siano solo gli eroi a morire giovani, quel che è certo è che da ogni angolo del mondo risuona oggi l'ultimo grande applauso commosso alla carriera di Graham Alvin Barnes da Nottingham, Inghilterra. In arte: Alvin Lee.


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