Steven Wilson - The Raven That Refused To Sing (And Other Stories) - Recensione

Artista: Steven Wilson
Album: The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)
Genere: Progressive Rock, Jazz Fusion
Anno di uscita: 2013
Etichetta: Kscope
Voto: 97/100

Essere obiettivi quando si parla di Steven Wilson non è per niente facile. Ad oggi è probabilmente uno degli artisti più attivi, originali e poliedrici che si conoscano. Un tempo, la sua fama era dovuta al suo gruppo principale, i Porcupine Tree, ma oggi la quantità dei suoi progetti (tra cui ricordiamo Storm Corrosion, con Mikael Åkerfeldt, e Blackfield, con Aviv Geffen) è aumentata considerevolmente, fino al punto che è diventato difficile stargli dietro, per ovvi motivi.

Molti sono portati a pensare che un estro come quello di Wilson operi meglio in solitaria, quando non deve rendere conto di niente a nessuno. In un certo senso è così (si pensi alla nuova libertà vocale che ha sperimentato nel presente lavoro), ma questo artista in particolare ha tra i propri talenti anche una spiccata capacità relazionale e di teamwork, il che risulterebbe non soltanto una nota di merito su di un curriculum, ma anche un'ottima premessa per la realizzazione di un disco. E in effetti, nel lavoro solista di Wilson, i vari collaboratori sono portati su di un piedistallo, qui non meno che in passato.

The Raven That Refused To Sing (And Other Stories) rappresenta l'apoteosi di una carriera. Già dal principio sembrava che Wilson in questa occasione desiderasse creare qualcosa di superbo, una pietra filosofale nel panorama attuale: altrimenti, perché assoldare il celeberrimo Alan Parsons per curarne la produzione? L'elevata qualità del sound, così come la cura dell'artwork (i cui credits vanno a Hajo Mueller) sono però il completamento di un album che sarebbe stato un capolavoro anche se scritto su un cd bianco e registrato in una cantina con un microfono da quattro soldi. Spiegare il perché, a parole, è come scalare l'Everest con un gancio da carne e in sandali, ma farò di tutto per provarci.

Dopo un album già di per sé eccellente (si parla di Grace For Drowning) Steven Wilson stupisce nonostante le aspettative fossero già molto alte. In questa occasione il musicista londinese ha deciso di raccogliere cinque storie, racchiuse e presentate in cinque perle musicali studiate per essere perfette. Alcuni temi comuni le legano: la morte, la perdita, la caducità. Detto così sembra banale, ma avevo già accennato a come le parole non riescano a rendere giustizia a The Raven. La realtà infatti non potrebbe essere più lontana, non c'è nessuna banalità in quest'album, anzi, ogni concetto è riformulato in modalità nuove e stupefacenti. Le anime descritte in The Raven non si fanno contagiare dalla morte; esse continuano la propria vita come se non fossero state toccate, una vita-non vita che si riflette nelle anime di chi rimane e verrà da loro guidato verso una nuova esistenza in cui espiare le proprie colpe o ritrovare la serenità perduta.
Musicalmente è un album di chiaro stampo progressive; sono fortissimi i richiami stilistici a grandi gruppi del passato ma non si ha mai una sovrapposizione scontata, né la percezione di un manierismo forzato. La sonorità nel suo insieme è estremamente variegata, sia per le soluzioni melodiche apportate da Wilson e dal suo team, sia per l'effettiva quantità di strumenti utilizzati, che spaziano dai più classici (chitarra, basso, batteria, pianoforte) ai più progressivi (fiati, moog, sassofono e così via).

Si parte con Luminol. A conti fatti è una digressione progressive di chiara influenza crimsoniana, ma è un concentrato di talmente tante eco diverse che si potrebbe stare a parlarne per giorni e giorni senza nemmeno finire di elencarle. Stupisce la bassline aggressiva, un incipit superbo.
Commovente fino all'inverosimile, Drive Home incanta con una delicatezza senza tempo, evidente negli arpeggi, nelle strings e nella bassline; tutti uniti in un invisibile trono che circonda quell'assolo strappalacrime di Guthrie Govan.
Anche The Holy Drinker ha un attacco estremamente progressive. Il richiamo agli anni '70 di Yes, Soft Machine e in particolare King Crimson sembra un po' il fil rouge dell'intero disco, ma questo brano in particolare sa tantissimo di ELP, forse per quel moog così espressivo e centrale.
The Pin Drop è il brano relativamente più semplice all'apparenza, ma un attento ascolto rivela come ogni nota sia al suo posto, come quell'arpeggio si possa amalgamare con ogni altra parte in un modo semplicemente fantastico; è rivestito da un sound più nostalgico rispetto agli altri cinque pezzi, udibile anche nell'ennesimo assolo-capolavoro suonato da Govan.
A seguire, uno dei brani più densi di significato all'interno del disco. Il suo nome è The Watchmaker: chitarre a mo' di Genesis, lunghi giri di tastiera e parti di flauto di gran classe; ha un finale di grande effetto, inquietante e spettrale, contrastante con il corpo principale del brano.
The Raven That Refused to Sing non è solo la title track. È l'essenza stessa del disco. Tecnicamente, si può definire una ballad profonda e melanconica, lenta e toccante, in cui il tema di fondo della caducità e della perdita si ripresenta e si arricchisce di nuove sfumature, ma la verità pratica è che non si può descrivere a parole.

Un disco del genere è talmente elevato, sotto ogni punto di vista, che scrivere una recensione mi è addirittura sembrato fuori luogo. Posso soltanto invitare il lettore ad ascoltare The Raven That Refused to Sing (And Other Stories) ogni volta che può, di coglierne ogni più piccolo dettaglio e di far proprie queste cinque storie così profonde. È un disco unico nel suo peculiare genere (e ciò giustifica il voto vertiginoso). È un disco che arricchisce in modi impensabili. E questa è la qualità più grande che può avere un'opera d'arte.

TRACKLIST

  1. Luminol (12:10)
  2. Drive Home (7:37)
  3. The Holy Drinker (10:14)
  4. The Pin Drop (5:03)
  5. The Watchmaker (11:42)
  6. The Raven That Refused To Sing (7:57)
FORMAZIONE

  • Steven Wilson - voce, mellotron, tastiere, chitarra, basso in The Holy Drinker;
  • Guthrie Govan - chitarra;
  • Nick Beggs - basso, Chapman Stick in The Holy Drinker, cori;
  • Adam Holzman - tastiere, organo Hammond, pianoforte, minimoog;
  • Marco Minnemann - batteria, percussioni;
  • Theo Travis - flauto, sassofono, clarinetto.
ALTRI MUSICISTI

  • Jakko Jakszyk - cori in Luminol e The Watchmaker;
  • Alan Parsons - assolo in The Holy Drinker;
  • Dave Stewart - arrangiamento strings, eseguite dalla London Session Orchestra.
PRODUZIONE

  • Steven Wilson
  • Alan Parsons
  • Brendan Dekora
CONTATTI

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