Nequam (The Magik Way) - Intervista

Recensendo Materia Occulta (1997-1999), raccolta della discografia dei The Magik Way, mi ero stupito della capacità di questo progetto (ci tengo a dirlo, italiano) di creare atmosfere dannate, esoteriche e maledette con straordinaria efficacia, attraverso anche e soprattutto trame musicali quasi ambient e assolutamente sperimentali.

Parlando con Nequam, polistrumentista in forze a questo gruppo, ho provato a rendere meno densa la coltre di mistero che aleggia intorno a questa realtà, scoprendone solide radici (anche culturali) e affascinanti curiosità. Ciò che resta è un'intervista che non esito a definire riuscita, soprattutto in virtù della notevole disponibilità del mio interlocutore. 

Benvenuto! Prima di tutto, per favore presenta il progetto The Magik Way ai nostri lettori.

Grazie del benvenuto e dell’intervista…
Dunque, il progetto The Magik Way nasce nel 1996 per volere mio, di Diabolic Obsession e Old Necromancer, ai quali dopo brevissimo tempo si aggiunge Azàch che completa oltre che la line-up anche un primario nucleo di studio incentrato sull’anatomia occulta e sull’alchimia.
L’idea fin dal ’96 fu quella di realizzare musica per dare un “abito” ai nostri studi esoterici ed in generale alle tematiche da noi trattate, attraverso un atteggiamento non molto diverso da quello dei compositori di musica concreta, dove lo sforzo più grande verte sempre al tentativo di creare un immaginario sonoro capace di esaltare i contenuti.
Parallelamente al discorso musicale, al quale spesso abbiamo accostato altre forme d’arte come la pittura o la video-arte nel tentativo di creare un ponte tra le varie discipline, The Magik Way va inoltre inteso come vero e proprio ordine esoterico, nato anch’esso nel 1996 e che quest’anno festeggia i 17 anni di attività.
L’ordine, ai quali aderisce una cerchia piuttosto ristretta ed eterogenea di persone, funge da osservatorio e approfondimento di alcuni temi a noi cari, quali il rapporto tra uomo e natura, nonché lo studio della negromanzia, dell’alchimia, della magia contemporanea e altri sotto temi non meno importanti compresi nell’alveo della psicologia.

Il vostro progetto si evolve sostanzialmente come una costola dei Mortuary Drape, realtà storica di metal estremo italiana fondata nel lontano 1986. Come e perchè la nascita di questa seconda formazione?

Innanzitutto è giusto mettere in evidenza il fatto che non si è mai trattata di una seconda formazione, o di un progetto parallelo come qualcuno ha erroneamente detto.
Io, Diabolic Obsession e Old Necromancer al termine della tourneè dell’album “Secret Sudaria”, nel ’96 appunto, abbiamo deciso di lasciare i Mortuary Drape per incamminarci verso nuovi territori musicali, rinunciando ad una certa popolarità ma con l’ambizione tutta nostra di approfondire ulteriormente alcune tematiche ed in generale approcciando alla composizione con un fare più sperimentale e libero.
Benchè ricordiamo sempre con piacere gli anni con i Mortuary Drape come anni seminali, va detto che attraverso il discorso The Magik Way abbiamo dato il La ad un percorso che ancora oggi esiste, che ci ha permesso di spaziare molto artisticamente parlando, con grande godimento da parte nostra.
Rimanere ancorati alla sola scena black metal sarebbe stato riduttivo e non lo diciamo certo con supponenza ma come risultato di un sentimento di innovazione e sperimentazione che è sempre stato parte di noi.

Quali sono le vostre principali influenze musicali?

Certamente ci sono state delle figure nell’arte contemporanea che ci hanno spinto alla riflessione e alla comprensione delle enormi potenzialità della musica e di un certo tipo di teatralità. Marina Abramovic, Diamanda Galas, Judith Malina e il Living Theatre, Devil Doll, Malleus, Antonius Rex, Vassily Tsabropulos, Vito Acconci, Gina Pane, Stelarc, La Fura dels Baus, Lindsay Kemp, Einsturzende Neubauten, Officine Schwartz sono i primi nomi che mi sento di citare…ma ce ne sarebbero altri mille dato che appare evidente a tutti quanto ci siano lucide e visionarie intuizioni nell’arte del secolo passato.
Attingerne a piene mani è un dovere dell’artista per meglio comprendere la contemporaneità.

Come componete generalmente le vostre canzoni?

Generalmente si parte dalla stesura del testo, dal concept, proprio come spesso accade nella pittura o nel cinema, poi si riflette sulla possibile applicazione della musica e sulla selezione degli strumenti da utilizzare, in modo da orientare subito l’atmosfera generale in una direzione piuttosto che in un’altra.
Questa concezione ci viene dal teatro, laddove a nessuno importa se suonerai una chitarra o un tubo di ferro, quello che conta è la resa finale e la coerenza timbrica che scaturisce da ciò a cui stai lavorando.
Per far questo è necessario considerare la line-up come ad un qualcosa di variabile e cangiante, che ruota sì attorno ad uno zoccolo duro ma sempre in divenire.
Essendo noi convinti sostenitori del rumorismo e di una certa anarchia musicale (come avrebbe detto John Cage) utilizziamo spesso oggetti trovati per ottenere certe sonorità. Negli anni ’90 questo avveniva attraverso registrazioni analogiche di tubi, scatole, vetri, animali notturni; oggi grazie alle tecnologie di cui disponiamo abbiamo la vita semplificata sebbene ci piaccia comunque lavorare su suoni molto “veri” e non troppo sintetizzati.
A questo lavoro si aggiungono gli strumenti più “tradizionali” come chitarre, percussioni, voci, tastiere, strumenti ad arco a seconda delle necessità.

Quali paure o emozioni cercate di suscitare nei vostri ascoltatori con la vostra musica?

Ci piace molto l’idea di “incombenza” che la musica sa dare, specie quando si tratta di concept album come i nostri. Penso a certe cose di Philip Glass, Bernard Hermann o all’utilizzo del rumore che registi come Lynch o Von Trier fanno. Ci appaga molto percepire l’incedere del suono di pari passo al testo, attraverso il tentativo di enfatizzare il significato dei contenuti. Un processo di teatralizzazione insomma. Non ci piace nasconderci dietro clichè, generi, stili…. Ci piace sperimentare nella speranza di riuscire sempre a creare qualcosa di evocativo ed emotivamente forte.

Tredici anni dopo il vostro scioglimento, la Sad Sun Music pubblica questa esclusiva raccolta del vostro materiale. Come è nata questa opportunità?

Per caso forse, o forse no.
Tant’è che Marco Cavallini di Sad Sun Music trova il mio vecchio numero di telefono su una demo-tape (di quelle a cassetta, senza copertina, con l’indirizzo sopra e nient’altro) e 13 anni dopo decide di contattarmi…. E per una serie di combinazioni finisce per trovarmi davvero, nonostante io abbia cambiato casa da anni.
Credo che più o meno sia andata così.
Quello che lui non sapeva, e che quasi nessuno sa, è che i The Magik Way non si sono affatto sciolti, sono semplicemente spariti dalle scene per fare altro: installazioni video, collaborazioni con il mondo del teatro, progetti più o meno stravaganti, più o meno di nicchia.
E così abbiamo deciso di fargli ascoltare alcune cose e gli sono piaciute: da qui l’idea di fare un CD retrospettiva sul solo repertorio degli anni ’90.
Da quel momento è nata la collaborazione e un rapporto di stima reciproca del quale ci onora.

Il disco raggruppa in un’unica uscita The Magik Way, il vostro esordio omonimo, e Cosmocaos, due lavori notevolmente differenti. Come mai questa variazione di sound tra queste due pubblicazioni?

“Materia Occulta 1997-1999” (questo è il titolo del CD che da qualche tempo è in vendita) testimonia proprio quella fase caratterizzata dalla presenza di sonorità inizialmente vicine a certo black metal di bathoriana memoria (almeno come concezione) fino ad una repentina evoluzione verso sonorità più sperimentali. Le motivazioni vanno ricercate come sempre nel nostro desiderio di non cedere all’auto-limitazione. Credo sia il suo bello… poter constatare quanto 4 semplici musicisti possano trasformarsi quando dietro c’è la volontà di spostare il proprio limite, gettando uno sguardo alle infinite fonti di ispirazione che la musica (e l’arte in generale) offre a chi vuole creare.
Un CD crudo, per certi versi grezzo, registrato alla stregua di uno spettacolo teatrale, con microfonazioni panoramiche e recitati di gruppo, in aree industriali dismesse, in luoghi bucolici, che sta suscitando molte emozioni tra i recensori (che talvolta usano parole davvero lusinghiere) e gli ascoltatori, magari non più abituati a certa follia lucida, che poi è la caratteristica di molti musicisti che hanno attraversato gli anni ’90.

Perchè i The Magik Way si sciolsero così presto?

In realtà, come dicevo prima, non ci fu un vero e proprio scioglimento, semmai una piccola-grande rivoluzione: l’idea di uscire dalla routine “ricerca casa discografica - disco nuovo - concerti” e di impegnarci in collaborazioni, sperimentazioni, percorsi che volevamo assolutamente intraprendere.

Ci sarà un giorno nuova musica dei The Magik Way?

C’è già, nuova musica dei The Magik Way ma è prestissimo per parlartene. Prima il pubblico deve conoscere il nostro passato, le sperimentazioni dell’epoca. Da quel punto di osservazione sarà più facile comprendere la nostra evoluzione.

Prima di concludere, quali sono state le più grandi difficoltà che avete incontrato lungo la vostra carriera nel tentativo di emergere nel panorama musicale?

Beh, provenendo dai Mortuary Drape abbiamo sempre trovato disponibilità nei nostri confronti, quasi come se avessimo una “reputazione” che fungeva da garanzia di qualità. In questo senso The Magik Way fu accolto già con predisposizione da parte di tutti. Ben altra cosa era suonare cose simili nella fine degli anni ’80.
In linea generale ricordo ancora di come arrivare alle famigerate riviste specializzate fosse il coronamento di un sogno, in un contesto come quello italiano dove il metal (oltre più quello più black e occulto) non fosse per nulla considerato.

Cosa ne pensate della scena musicale italiana e del business musicale di oggi? In cosa lo trovate differente, peggiorato o migliorato, rispetto al passato? Quali sono le vostre considerazioni su Internet?

In generale va detto che negli anni ’90 non era facile come ora pubblicizzarsi, anche se non credo che internet possa garantire chissà quale divulgazione. Molti social network sono solo un mare magnum di informazioni non sempre organizzate in maniera criteriata.
Oggi chiunque può farsi un sito ed elogiare se stesso, dato che ormai le regole del marketing consentono di fare di un progetto senza ambizioni un qualcosa di inspiegabilmente apprezzato.
E parlando proprio dell’oggi certamente la difficoltà più grande risiede nella sempre più scarsa cultura musicale del nostro paese, dove si investono soldi pubblici e privati nelle sole iniziative finalizzate al profitto facile (festival obsoleti, talent show senza senso…) e sempre troppo poco nelle avanguardie, dimenticando completamente che da queste ultime si sviluppano i nuovi linguaggi e il nuovo “sentire” di una generazione.
Questo per fare un discorso molto generale sulla musica in Italia, altra cosa saranno le varie scene viste nel dettaglio, ma non sono io la persona più adatta, dato che non seguo molto le cose di oggi, almeno nell’ambito metal/dark/ambient etc.
Da quel poco che ho sentito la sensazione è che si sia persa un po’ di quella follia in virtù di una emancipazione sonora ed estetica votata alle astuzie del mercato più che ai contenuti.
Ma ripeto, non sono più troppo dentro alla cosa.

E' stato un piacere parlare con voi. Chiudete l'intervista come meglio volete!

Vi ringraziamo molto per l’intervista e vi invitiamo a dirci il vostro parere su “Materia Occulta 1997-1999”, magari scrivendoci sulla nostra pagina Facebook www.facebook.com/themagikway .
Ancora grazie.

Nequam e The Magik Way.

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