Rock Hard Festival 2012 @Trezzo sull'Adda (MI)

15 settembre 2012. Il Rock Hard Festival, formula tedesca recentemente sbarcata in Italia, prima nel 2010 con Sodom, Exciter e Grave Digger a Bologna e poi nel 2011 con Coroner e Onslaught a Trezzo (MI), propone per la sua terza edizione, nella conosciuta e ottima location milanese del Live Club di Trezzo, una serie di gruppi che ancora una volta hanno chiamato a raduno i (pochi ma) buoni fan del Metal tradizionale e/o estremo più visceralmente genuino, appassionato e decisamente underground, rispetto a certi nomi che più spesso calcano i palchi del nostro paese. Un’edizione a cui ovviamente non abbiamo potuto mancare, e questo è il resoconto assolutamente positivo di un festival come (effettivamente) se ne vedono ben pochi. (Foto mie e alcune su gentile concessione di amici).


I cancelli del live sono pronti all’apertura intorno alle 13, per permettere a tutti e 12 i gruppi di esibirsi nei tempi stabiliti, ed è inutile dire che è stata una maratona; ai blocchi di partenza i brillanti Antropofagus, da tempo punto di riferimento della scena Death Metal italiana, recentemente rinati con la spettacolare uscita di Architecture of Lust. Mentre il solito striscione “Rock Hard …Ride Free” campeggia al termine del palco, il gruppo genovese apre il proprio show con un’efferata “Architecture of Lust” a rappresentare l’ultima e lodabilissima fatica discografica. Si notano subito i suoni curatissimi e ottimamente settati (per i quali, durante tutta la serata –o quasi- la gestione audio del locale, ha avuto la mia completa approvazione per la propria professionalità). La precisione dei riff e dei soli di Francesco, ben udibili sopra l’ineccepibile sezione ritmica del batterista Davide (Putridity, Septycal Gorge) e del bassista Jacopo, nonché l’impietoso assalto vocale di Tya, vario e tanto potente da imporsi con decisione sulla musica deli Antropofagus, che tra i pezzi della nuova e della vecchia uscita (No Waste of Flesh del 1999) stupisce i presenti con un un songwriting solido, energico e adornato indubbiamente da un’elevata preparazione tecnica, riportando alla mente nomi come Suffocation, Deeds of Flesh, Morbid Angel (richiamati soprattutto dall’ottima Sadistic Illusive Puritanism) e Immolation (a cui lo stesso Tya dedica un apprezzatissimo saluto reverenziale). Insomma, un’esibizione potente, appassionata e precisa che apre la giornata concertistica egregiamente, fin dal primissimo pomeriggio.


Segue tra le band di apertura il quartetto statunitense Phantom-X, progetto US Heavy/Power forte della presenza di Malicki  e Goocher (ex-Omen, band storica del panorama Heavy americano) nella line-up, tanto quanto un’esperienza live ben maturata, che si fa sentire, così che la proposta musicale del gruppo (di per sé meno accattivante forse, in una serata decisamente più orientata verso l’estremo) sia ben accolta tra i presenti, invitati a partecipare al breve ma vissuto show cantando e eseguendo cori a seguito del carismatico leader, che conquista decisamente l’approvazione del pubblico con la cover di Heaven and Hell (Black Sabbath, ma che serve dirlo?) dedicata allo scomparso e sempre rimpianto R J Dio. Tra i pochi presenti, iniziare un coro dedicato proprio a Ronnie è stato tanto spontaneo quanto appassionato e sincero. Inoltre la band ha concesso ai fan presenti la possibilità di fare foto e autografi immediatamente dopo il loro show, riconfermando l’umiltà e la modestia della band, peraltro brillante in termini musicali sul palco, nonostante le ovvie restrizioni di tempo e popolarità. Dalla scaletta ufficiale, presa dal cantante stesso:

Storms of Hell
Black Sails
Heaven and Hell [Black Sabbath]
Into Battle We Ride
1000 Quatrains




Facciamo appena in tempo a tornare sotto il palco per l’entrata in scena dei Fingernails, storico quartetto Speed Metal di Roma, dall’aspetto eccentrico (basta far riferimento alla foto del chitarrista e notare il suo caschetto da bici a forma di teschio rosso fiammante) ma dall’attitudine trascinante, metallosa ma decisamente punk, talvolta di chiarissima ispirazione Motorhead, soprattutto per la voce secondaria del sopracitato chitarrista, e di scuola Exciter, come abbiamo potuto sentire nel cavallo di battaglia Heavy Metal Forces. L’approccio divertente e adrenalinico è positivamente accolto dal pubblico, in cui un personaggio (probabilmente non sobrio) mascherato da Justin Bieber fomenta i primi “focolai” di moshpit della serata. Proposta accattivante, e benché semplice e tendenzialmente ripetitiva, decisamente efficace live, o almeno per quei 25 minuti di totale divertimento rozzo e grezzo.


Decisamente più oscura e malvagia l’entrata degli Opera IX, a dir poco seminali per la scena Black Metal della penisola, che aprono la loro rituale esibizione con tastiere e un’illuminazione appena accennata. Si tratta essenzialmente di Black Metal con evidenti le influenze Doom e Gothic nei loro pezzi, dalle digressioni tastieristiche ai riff lenti e oscuri, che toccano talvolta la melodia e talvolta l’aggressività del Black primordio. Decisamente da applaudire la prestazione vocale, soprattutto su Maledictum, pezzo che incontra maggiore riscontro tra i pochi astanti. In conclusione un’esibizione riuscita e satura di atmosfera, anche se non tra le più brillanti della serata.


I successivi Raw Power, vessillo dell’Harcore Punk italiano, sono stati la scelta più particolare e forse discutibile della giornata, forzata forse dall’improvviso ritiro dei prima annunciati prog-thrasher Mekong Delta, e a quanto sembra dai primissimi movimenti del quartetto sul palco, sembrerebbe essere una scelta poco efficace. Suoni poco bilanciati sulle chitarre con suoni decisamente meno incisivi per lo stile della band, veloce, energica ma strumentalmente più fumosa, nonché abbastanza statica sulle prime battute (fatta eccezione per il bassista, il cantante non mostrava particolare coinvolgimento, così come i chitarristi, anche se tutto il nostro rispetto va al chitarrista con la Gibson SG, limitato nei movimenti da un tutore alla gamba destra). Ma soprattutto in una situazione di estraneità come quella in cui si potevano trovare i Raw Power, era necessario che carburassero un po’ per instaurare il giusto rapporto col pubblico, che si lascia poi trascinare, sugli ultimi classici proposti, in un sano e divertente circle-pit, scaldando l’atmosfera e permettendo ai validi Raw Power di mostrare il loro lato intenso attraverso classici come Politicians (coverizzata persino dai Napalm Death) e la finale State Oppression. Davanti a qualche decina di persone di persone soddisfatte, il cantante commenta con “Grazie…” seguito da un sincero “…anche se qui non c’entravamo un cazzo!” che strappa qualche sorriso.


Con gli Helstar si entra decisamente nel vivo della serata, che raggiunge uno dei suoi picchi indiscutibilmente più alti nell’esibizione del quintetto statunitense, che continuando a lavorare sodo nello spesso opaco mondo del Metal underground, è arrivata a macinare 30 venerandi anni di carriera, ed è venuta a festeggiarli proprio sul palco del Live Club di Trezzo, e aggiungerei per nostra fortuna; un assalto incredibilmente energico ed emotivamente intenso di US Power/Speed Metal, che ha riassunto brevemente lo stile della band, dai pezzi dell’ultimo album Glory of Chaos, di fenomenale successo, fieramente rappresentato dall’annichilente When Angels Fall to Hell, posta come opener, Pandemonium e Trinity of Heresy, mentre abbondano i classici degli statunitensi, che ci hanno portato a riassaporare la dinamicità e la ricchezza di capolavori come Nosferatu, da cui hanno suonato la mitica Baptised in Blood (peraltro accolta calorosamente da un pubblico corposo, preparato e affezionato) e To Sleep, per Chance to Scream. A sviscerare la lucentezza del metallo dei primi anni del gruppo, ancora lucente e rumoroso, The King is Dead, Toward the Unknown e l’immancabile Run with the Pack in chiusura, occasione per tutti di affannarsi sotto il palco, già ben scaldato, e cantare con il mitico Riviera, mentre Abarca al basso e la coppia d’asce storica Barragan/Trevino, supportate da un carichissimo Lewis dietro alle pelli, svolgevano il loro lavoro così egregiamente che non ci dimenticheremo affatto di questa esibizione. Unico rammarico è che con così tanti meriti e così tanta esperienza, gli Helstar rimangano essenzialmente un gruppo di nicchia. Ma finchè continueranno a suonare con così tanta passione, genuina e prima di tutto legata alla musica e ai suoi fan, noi ci inchineremo davanti ai fenomenali Helstar.

Angels Fall to Hell
The King Is Dead
Toward the Unknown
Pandemonium
To Sleep, Per Chance to Scream
Trinity of Heresy
Baptized in Blood
Run with the Pack


Gli Exumer, gruppo parecchio atteso da ogni amante del Thrash che sia tale fino al midollo, rappresentano egregiamente la categoria di quelle grandi band ottantiane che dopo la pubblicazione di pochi full-length furono costrette ad abbandonare l’attività musicale data la scarsa fertilità (anche economica) del Thrash Metal subito dopo i suoi anni d’oro, per poi ritornare (più o meno) recentemente a suonare e a calcare più palchi possibile, giusto per fare sentire a coloro che li hanno seguiti durante il silenzio che ci sono ancora, e soprattutto che anche dopo 20 si possa fare show di questo calibro. Perché gli Exumer non si solo limitati a tornare “on stage”, ma hanno sfoderato un arsenale che ci ha lasciato sbalorditi, per potenza, intensità e intaccata attitudine. Aprendo con la storica Wings of Death, si spianano la strada verso la più entusiasta riposta del pubblico (tra cui l’originale vocalist Von Stein richiede una particolare dimostrazione di entusiasmo da parte dei Thrasher più accaniti, sulla quale noi stessi, ovviamente, non ci siamo tirati indietro, anzi!). I classici proposti sono da far accapponare la pelle per gli estimatori del combo tedesco: A Mortal In Black, Journey to Oblivion, la mitica Fallen Saint, ma anche pezzi tratti dalla recentissima (inizio 2012) fatica discografica della band (la terza, in effetti), dimostratasi decisamente energica sia da disco che in sede live, con The Weakest Limb e Vermin of the Sky. Line-up che mantiene solo due membri originali, il sopracitato vocalist Von Stein, dalla voce incredibilmente poderosa, forse una delle più validi tra i gruppi della giornata, e il chitarrista Mensch, mostrandosi altresì rinnovata per tutti gli altri membri. A pochi battute dalla fine (arrivata comunque troppo presto, ma con show di questo livello non può essere altrimenti) il fonico ricorda Von Stein che rimangono solo 3 minuti alla fine stabilita dell’esibizione degli Exumer, ma con un non curante e genuino “3 minutes? No way! Fuck you! We have two more songs!” i tedeschi ci salutano con la trascinante I Dare You e la mitica, indimenticabile, impagabile, manifesto, istituzione, quello che volte, Possessed By Fire. E il pubblico è soddisfatto, come potrebbe non esserlo. Ancora una volta, horns up per i grandissimi Exumer!

Winds Of Death
Journey To Oblivion
The Weakest Limb
Fallen Saint
Vermin of the Sky
A Mortal In Black
I Dare You
Possessed By Fire


Il live si incupisce e riaffolla giusto per l’esibizione di uno dei nomi sacri della storia del Death Metal (peraltro presenti poiché in tour con gli stessi Marduk); parlo esattamente degli Immolation, fautori di uno degli show più stupefacenti della serata, fin dalle sinistre prime note di Close to a World Below, posta come opener, sapientemente toccate dal veterano dell’ascia del Metallo della Morte, Robert Vigna. Poco alla sua sinistra, si erge un imponente e fenomenale Ross Dolan, che non si risparmia di ondeggiare una delle chiome più lunghe del Metal estremo di fronte ai al corposo pubblico. L’alchimia degli Immolation è unica e semplicemente riassumibile: un avanzare di dissonanze, parti lente e oscure, un climax crescente di brutalità che non fa (e non ha fatto) prigionieri. Soprattutto dalla terza traccia, l’impagabile Father, You’re Not a Father, lo show entra nel vivo, sospinto da una line-up affiatata e carichissima, ma soprattutto dall’eroico Vigna, dalle movenze inconfondibili, che incitata gli astanti, solleva la chitarra, macina riff su riff con un suono granitico che non ammette sbavature, il tutto senza concedere un sorriso. Vincente il paradigma dell’accostamento di pezzi generalmente lenti e incentrati sull’oscurità e il groove (oltre all’immancabile Close… e a quel treno in corsa di Father… anche l’efficace A Glorious Epoch) a quelli annichilenti per velocità e violenza: trovano infatti un posto di onore in scaletta la blasfema No Jesus, No Beast (con tanto di partecipazione molto reattiva del pubblico, come da incitazione di Sua Maestà Ross Dolan) e la classica Into Everlasting Fire, picco massimo dello show. Degne di menzione anche Majesty and Decay (titletrack dell’ultima fatica discografica) e What They Bring (dal recentissimo EP Providence). Il compito di chiudere la suprema cerimonia del Metallo più nefando e macabro della serata spetta come al solito a Dawn of Possession, che ripete, per chi non l’avesse ancora capito dopo 45 minuti di show, come vanno le cose sotti i palchi degli Immolation. E non ci resta che fare un inchino fino a terra per uno dei vessilli dell’Olimpo del Death Metal.

Close to a World Below
Majesty and Decay
Father, You're Not a Father
What They Bring
Into Everlasting Fire
A Glorious Epoch
No Jesus, No Beast
Dawn of Possession


Come per l’esibizione degli Exumer, l’attesa per l’esibizione dei loro connazionali Assassin era altrettanto intesa: altra importante gloria del Thrash tedesco anni ’80 da poco (relativamente, però, in questo caso) tornata a calcare i palchi e a suonare come due decenni fa, con anche la discreta pubblicazione di Breaking the Silence nel 2011, che aveva fatto tornare a parlare del gruppo teutonico. E il loro show si apre proprio con la title-track dell’ultimo loro lavoro (peraltro omonimo dello storico capolavoro degli Heathen, nda), ma già dai primi secondi, il gruppo lascia interdetti. Chitarre di Hoffman e Scholz molto scariche, sovrastate da basso e batteria, che danno poco spessore a quello che dovrebbe essere un assalto sonoro, mentre il vocalist Gonnella parte un po’ a rilento (forse appesantito da qualche birra) ma riesce a coinvolgere il pubblico su Baka, chiedendo di cantare la corrispettiva traduzione in italiano del titolo, ossia “Stupido” durante il ritornello. Nonostante siano diversi i pezzi tratti dai due dischi post-reunion, sono ovviamente i classici dallo storico The Upcoming Terror ad avere più impatto, ma i suoni delle asce e la presenza sul palco non sono proprio dalla parte del gruppo. A risollevare totalmente la sorte di uno show con alti e bassi, l’ingresso, già preannunciato qualche giorno prima del Rock Hard, del mitico Frank Blackfire (ex-Sodom, ex-Kreator) sul palco, annunciato appunto da Gonnella come “il creatore di Sodomy and Lust” ed e poi lo stesso Frank, con una rinnovata attitudine thrash ad annunciare una cover della classica e imprescindibile rasoiata di casa Sodom, Sodomy and Lust, a cui noi tutti Thrasher partecipiamo cantando a squarciagola (e ci mancherebbe) senza contare la differenza della presenza chitarristica (e almeno per questa cover, vocale) dello stesso Blackfire, che da un’intensità decisamente maggiore allo show, fino alla chiusura, con le storiche Abstract War e quel vero e proprio inno di Assassin, ultimo momento per il pubblico per godersi un finale di esibizione come si deve (mi rammarico che non sia stata tutto il tempo così) cantando, surfando la folla, ora decisamente più rimpolpata, e dedicando un -finalmente- meritato applauso al combo (+1) di Düsseldorf. Ho cercato di ricostruire la scaletta, e questo è circa il risultato:

Breaking the Silence
Forbidden Reality
Baka
Judas
Last Man
Destroy the State
Fight (To Stop the Tyranny)
Sodomy and Lust
Abstract War
Assassin


Sebbene la serata stia giungendo verso i suoi nomi più importanti, il pubblico poco prima dell’esibizione degli Artillery sembra ancora piuttosto rarefatto, ma i danesi ci mettono davvero poco a richiamare su di sé l’attenzione di tutti gli astanti. Un gruppo di thrasher non più così giovani in apparenza, e neppure così tanto di attitudine Metal, sempre in apparenza, ma riescono a tirare fuori dagli strumenti un serie di evoluzioni solistiche e ritmiche che lasciano davvero a bocca aperta per la precisione e l’intensità, il tutto con un prestazione eccellente di Soren, decisamente il più giovane e vitale nei movimenti sul palco (nel quale gli altri membri sono più compassati). Il secondo pezzo è giustamente celebrato dagli appassionati nel pit: si tratta della storica By Inheritance, title-track dell’immortale capolavoro assoluto della band. La coppia di asce dei fratelli Stutzer sembra riprodurre senza sforzo una serie fenomenale di riff tecnici e pulitissimi e lo stesso Soren si adatta bene alle singolari e carismatiche linee vocali del vecchio Flemming. Ampio spazio è lasciato al materiale di recente composizione, ossia dallo stesso When Death Comes (da cui è stata proposta anche un’ottima 10.000 Devils) e dall’ultimissimo My Blood, da cui la band tra pezzi di grande impatto melodico, Mi Sangre e Death is an Illusion. Sono però i pezzi classici a dimostrare tutta la lucidità, la passione e la validità di questa band senza tempo eppure così dimenticata: l’immancabile The Almighty, classe 1985, ancora in grado di scatenare il pubblico del Live Club, così come anche la tiratissima The Challange, in cui le irresistibile sezioni batteristiche di Madsen non permettono a nessun presente di restare immobile, e tanto meno a noi in primissima fila. Subito prima dell’encore, il classico assoluto della band: riff orientaleggianti, scale misteriose, ritmo in crescendo. Poi l’assolo di basso di Thorslund, e ci si butta a capofitto in una Khomaniac veloce, potente, tecnica e emozionante, interpretata benissimo da ogni membro sul palco, con una parte solistica che lascia senza fiato. Ma lo show dei danesi non è ancora giunto al termine: spetta a Terror Squad il compito di chiudere il brillante show del quintetto, tra il totale coinvolgimento del pubblico, scrosci di applausi da parte dei fan più die-hard e un coro “Artillery! Artillery!” per salutare i Nostri. Segno semplicemente indelebile nella serata. 

When Death Comes
By Inheritance
Death Is an Illusion
The Almighty
Mi Sangre (The Blood Song)
10.000 Devils
The Challenge
Khomaniac
Terror Squad


L’ingresso dei Bulldozer non può certo essere confuso. Enorme telo recante il logo sullo sfondo, l’altare insanguinato al centro, e poi l’ingresso lugubre dei membri, accompagnati dalle tastiere di Overture che sfociano immediatamente nell’opener Neurodeliri. I volumi sono impressionanti, e il suono è decisamente il più carico e potente della serata, da far quasi scoppiare le orecchie: non si poteva chiedere di meglio. Gli italianissimi Bulldozer scaricano a terra una potenza tale che lascerebbe a bocca aperta se solo non fossero tanto veloci da non permetterti di fare altro se non prendere parte alla frenetica esibizione di Metal veloce e violento insita del loro stesso storico nome. Un sorridente e carichissimo Panigada introduce poi il medley di IX e Desert! in cui figura l’eccellente interpretazione solistica del nuovo chitarrista Giulio Borroni, nonché di Manu e Pozza (Death Mechanism), rispettivamente alla batteria e al basso. Contini al microfono dedica la canzone successiva a una “vecchia amica”: è ovvio a tutti che sta parlando di Ilona the Very Best, e il pubblico impazzisce. Ma è lo stesso frontman AC Wild, di fronte al suo macabro pulpito, che sogghigna coperto dall’immancabile toga viola, a sfoderare una potenza vocale senza pari, grattante e d’impatto dall’inizio alla fine, quasi in contrasto con la calma e la lucidità con cui annuncia poi, senza risparmiare una certa ironia, la successiva Mysogenists, suonata per la prima volta in assoluto nella carriera della band, dedicata ovviamente alle donne, così come la stessa The Derby, in cui il coro “Milan” si alterna con quello “Figa”, strappando qualche risata tra il pubblico laddove non fosse impegnato a scuotere il locale dalle fondamenta. Ogni pezzo suonato in serata meriterebbe una speciale menzione, in particolare l’accoppiata Impotence con (dedicata agli Inglesi) Minkions, tra i pezzi più tirati, e le occulte note di The Final Separation e Ride Hard Die Fast, queste ultime proposte per la prima volta live dopo la reunion, occasione per la quale AC Wild ha riportato sul palco il maligno bastone su cui svettava un teschio animale, rappresentando sia l’animo oscuro che quello sboccatamente comico dell’approccio musicale dei Bulldozer. Dall’ultimo disco dopo la reunion sfoderano due veri e propri assi nella manica, Use your Brain e Bastards, che non potevano che dedicare all’attuale situazione politica italiana. Le luci calano, e mentre la band si prepara a chiudere il massacro sonoro, The Exorcism introduce in maniera quasi spaventosa la velocissima Cut-Throat, dal celeberrimo disco d’esodio del gruppo, seguita da una altrettanto veneranda Whisky Time, ultimo momento di comune casino, cori, headbanging, mosh e crowd surfing. Questo perché il finale acquista un’atmosfera decisamente più seria, in quanto la quasi funerea Willful Death, alla quale ancora una volta è affidato il compito di chiusura, in memoria di uno dei fondatori dei Bulldozer, Dario Carria, scomparso nel 1988. Tutta la band infine, riunita sul palco dopo aver posato gli strumenti, saluta gli astanti con un inchino, mentre piovono scrosci di interminabili applausi, tra i più meritati della serata.

Neurodeliri
IX
Desert!
Ilona the Very Best
Misogynists
Impotence
Minkions
The Final Separation
Ride Hard - Die Fast
Use your Brain
Bastards
Cut-Throat
Whisky Time
Willful Death


E’ già passata la mezzanotte quando, dopo un soundcheck che è sembrato davvero interminabile, insieme a un certo ritardo, i Panzer svedesi Marduk fanno la loro apparizione, laddove gran parte del locale si è svuotato e solo un numero nemmeno troppo vasto di interessati si accalcano sotto il palco. Fanno apparizione per primi Lars, dietro alle pelli, Devo, al basso, “Evil” Morgan, accolto con urla e corna alzate, e infine Mortuus, che afferra il microfono e attacca subito con Serpent Sermon. Benché l’ora sia davvero tarda (soprattutto considerando le ore di concerto precedenti) l’atmosfera nel Live è ancora calda, ma sulle primissime battute la band non sembra così incisiva come ci si potrebbe attendere. Più che altro i primi pezzi della scaletta, tratti dagli ultimi dischi, sono decisamente più oscuri e dissonanti: la differenza in resa sul palco si vede già, dopo anche No One, No Where, Nothing e The Levelling Dust, con i classici tratti dai primi e seminali dischi della band svedese, ossia Black Tormentor of Satan e la possente On Darkened Wings, che rilanciano dal vivo il paradigma di malvagità, atmosfera e oscurità che ha fatto il successo musicale dei primi Marduk. La velocità viene scatenata totalmente con una viscerale Slay the Nazarene, annunciata tra gli insulti che Mortuus, incazzatissimo, rivolge al pubblico per incitarlo, con una risposta più che discreta, e accelerata nell’esecuzione (anche troppo forse, ma la carica è assicurata). Ancora comunque poco convincenti i suoni, soprattutto della chitarra di Morgan, poco graffiante e più in secondo piano rispetto alla sezione ritmica. Davvero impeccabile invece la prestazione del vocalist Mortuus, varia, potente e carismatica, sia nell’interpretazione dei “suoi” pezzi più recenti, tra cui in particolare Temple of Decay e Souls to Belial, sia in quelli di Legion, tra cui la fenomenale Deme Quaden Thyrane e l’annichilente Whithin the Abyss, quest’ultima, come ricorda lo stesso Mortuus, tratta dai primissimi demo della band e che vede lo scatenarsi senza compromessi del mastermind Morgan, dimostrando una coesione notevole tra tutti i membri della nuova line-up. Assolutamente degna di nota Throne of Rats, interpretata con cattiveria mostruosa e accolta a corna alzate dalle prime file, ancora però in attesa dell’immancabile accoppiata Baptism By Fire e Panzer Division Marduk, che arriva verso le battute finali  della “celebrazione”, citando direttamente le parole del vocalist. La prima ha un impatto decisamente notevole, traspira aggressività e anche gli stessi membri del gruppo si sono sufficientemente scaldati per tirare fuori un presenza scenica comunque invidiabile. La title track del disco è anch’essa accelerata: poco più di due minuti di Black Metal velocissimo, preceduto dalla domanda di Mortuus “Are you sure you want this?”. Resta solo il rammarico della così breve durata di una parete così intensa, ma ancora una volta, se la presenza sul palco e l’atmosfera di aggressività generatesi sono coinvolgenti e smuovono il pubblico, i suoni e la potenza degli strumenti sembra non essere all’altezza delle aspettative e anche la band, nel suonare, sembra spompata. Unica importante nota dolente di uno show altresì viscerale, chiuso dall’immancabile Wolves, il cui ritmo incalzante scatena l’ultimo pogo della serata. In conclusione, un’esibizione di forte impatto scenico, ma non altrettanto dal punto di vista musicale, anche se in grado di chiudere più che decorosamente un festival dagli standard altissimi.

Serpent Sermon
Nowhere, No-One, Nothing
The Levelling Dust
The Black Tormentor of Satan
On Darkened Wings
Slay the Nazarene
Temple of Decay
Throne of Rats
Deme Quaden Thyrane
Within the Abyss
Baptism by Fire
Panzer Division Marduk
Souls for Belial
Wolves


Dopo circa 13 ore di concerto, la soddisfazione è l’unica cosa che supera la stanchezza. Ancora una volta il Rock Hard Festival è riuscito a rappresentare il meglio del Metal (soprattutto underground) e suonato con passione, dedizione e amore per questa musica. Non resta che attendere anche l’edizione 2013.



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